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Agave in fiore

Agave in fiore

Germoglio d’agave

nato tra la salsedine e il vento,

tra sassi

come piccolo verde segnale di vita.

Germoglio d’agave

tra Scilla e Cariddi, Gibilterra e Rodi

madre antica e sorella d’Europa.

Di te dicono che sei in agonia

morirai, dicono, stretta tra le spire

di una bava strisciante.

Tu germoglio d’agave in fiore

vivi.

Maria Cutugno

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TRILUSSA – La maschera

Omaggio Lei.


Vent’anni fa m’ammascherai pur’io!
E ancora tengo er grugno de cartone
che servì p’annisconne quello mio.
Sta da vent’anni sopra un credenzone
quela Maschera buffa, ch’è restata
sempre co’ la medesima espressione,
sempre co’ la medesima risata.
Una vorta je chiesi: – E come fai
a conservà lo stesso bon umore
puro ne li momenti der dolore,
puro quanno me trovo fra li guai?
Felice te, che nun te cambi mai!
Felice te, che vivi senza core! –
La Maschera rispose: – E tu che piagni
che ce guadagni? Gennte! Ce guadagni
che la genti dirà: Povero diavolo,
te compatisco… me dispiace assai…
Ma, in fonno, credi, nun j’importa un cavolo!
Fa’ invece come me, ch’ho sempre riso:
e se te pija la malinconia
coprete er viso co’ la faccia mia
così la gente nun se scoccerà… –
D’allora in poi nascónno li dolori
de dietro a un’allegria de cartapista
e passo per un celebre egoista
che se ne frega de l’umanità!

Teatro del Noh – maschera – foto di Maria Cutugno
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Amedeo Modigliani diceva: ” Il tuo unico dovere è salvare i tuoi sogni” . Dopo 100 anni dalla sua scomparsa, vale ancora sognare? Per quali sogni ? È solo una questione di retorica? Oppure si tratta di ancestrale necessità? Si sogna sempre da soli? Oppure il sogno si progetta? E tu ? Sogni ? Forse. Punto.

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Il viaggio e il marinaio

Sono in viaggio. E’ agosto. Ho caldo, Madrid è calda in agosto. Non riesco a dormire, mi alzo e inizio a navigare con un pensiero vago.

Mi guardo intorno, la stanza di questo hotel riflette le immagini della mia mente e, ripenso al taccuino che volutamente ho lasciato sul comodino di casa.

Mi ero proposta di non scrivere. Assurdo pensiero. Perché privarsi dell’aria ? Traccio le linee della mia storia mettendomi in ascolto. Bevo un bicchiere d’acqua. Torno a letto. Comincio a farmi delle domande? Perché ho lasciato a casa il taccuino ? Perché ho portato con me solo un libro? Perché sto sognando adesso? Perché la mia meta è stata Madrid ? Perché sono qui in una terra che non è la mia ? O forse si ,è questa la mia terra, sono in cerca delle mie radici : è mia la scelta.

Nel viaggio mentale di questa sera riemerge violento un sogno passato, un viaggio già fatto nel mio luogo del possibile, in teatro : Il Marinaio di Pessoa.

Era qualche anno fa, ma è vivo come un tatuaggio impresso nella mente il ricordo di quel viaggio.

Per chi non lo abbia mai letto dirò solo che il Marinaio è un capolavoro letterario che si legge in un soffio temporale di pochi minuti. Ogni volta che lo rileggi, perché ti capita di rileggerlo, ogni volta scopri qualcosa di nuovo tra le righe di un testo breve ma prezioso.

Il Marinaio viene definita un’opera teatrale statica, ma in effetti il testo è talmente rarefatto, pregno di poesia, emozione e dramma che si potrebbe definire un sogno fatto di parole.

Tutto si svolge in una stanza con tre vegliatrici, forse sorelle, che si trovano intorno al letto di una donna morta, forse la sorella morta e che vivono solo una notte. Ma cosa sono le tre vegliatrici ? Sono forse in un sogno ? O sono loro stesse il sogno di qualcuno? Come è tipico di Pessoa,egli non lo dice, sappiamo solo che una delle tre racconta un sogno, e noi spettatori di un dramma ne viviamo il sogno come se fossimo dentro allo stesso.

Mi fermo, spengo il tablet e mi rimetto a dormire.

Nel mio viaggio onirico penso alle volte che sono stata attrice nel sogno:

che privilegio.

SORELLE – (da “Il marinaio” – mediometraggio di QUEM quintelemento e VariaMente Teatro Mailò) – foto di Claudio Rancati

il marinaio

https://www.youtube.com/watch?v=IkdFRHMK_RU

 

Da Il marinaio, di Fernando Pessoa:

“Seconda Vegliatrice: Sognavo di un marinaio che si era perduto in un’isola lontana… In quell’isola c’erano poche rigide palme e fuggevoli uccelli volavano tra di esse… Non so se a volte si posavano… Da quando, scampando a un naufragio, vi era approdato, il marinaio viveva in quel luogo… Poiché non aveva modo di tornare in patria, e soffriva troppo ogni volta che il ricordo di essa lo assaliva, si mise a sognare una patria che non aveva mai avuto, si mise a creare un’altra patria come fosse stata sua, un’altra specie di paese con altri paesaggi e altra gente e un’altra maniera di passeggiare per le strade e di affacciarsi alle finestre. Ora per ora egli costruiva in sogno questa falsa patria, e non smetteva mai di sognare, di giorno, alla breve ombra delle grandi palme che si frastagliava, orlata di punte, sulla sabbia calda; di notte, sdraiato sulla spiaggia, senza badare alle stelle. […]

Dapprima creò i paesaggi; poi le città, poi le strade e le traverse, ad una ad una, cesellandole nella materia della sua anima, ad una ad una le strade, quartiere per quartiere, fino ai muraglioni dei moli, dove creò i porti … Ad una ad una le strade e la gente che le percorreva o che guardava su di esse dalle finestre. Cominciò a conoscere certe persone, come uno che le conoscesse appena … Cominciò a conoscere le loro vite passate, e le conversazioni, come uno che sognasse paesaggi e allo stesso tempo li vedesse veramente …”Il marinaio, Fernando Pessoa – Einaudi editore

foglia sul tappeto

” … e camminando tra i corridoi della vita, ho incontrato mille volti, porte chiuse, porte socchiuse, porte aperte e spesso le porte aperte non mi accoglievano ma mi impaurivano. Ho salito scale e sceso gradini, ho avuto il fiatone e ascoltato il brusio della gente. Tutto spesso mi ha confuso. Così, ho raccolto le scatole dentro le quali ho nascosto le emozioni. Poi, quando tutto sembrava in ordine, l’ultimo gradino mi ha condotta alla stanza segreta, il profumo del legno impregnava l’aria, era buio, ho acceso la luce e i colori mi hanno travolto l’anima. C’era un albero…e una foglia abbandonata sul tappeto davanti a un cancello ancora chiuso.” Incipit da “ritratto di donna” di Maria Cutugno

Teatro e Scienza

Ma che cosa in comune la scienza con l’arte? Sappiamo benissimo che la scienza può essere divertente; ma non tutto ciò che diverte rientra necessariamente nel dominio del teatro.

 Spesso mi è accaduto di ascoltare, quando assistevo a servizi inestimabili che la scienza moderna può rendere all’arte e in particolare al teatro, un servizio prezioso benchè l’arte e la scienza siano due campi dell’attività umana stimabilissimi, ma totalmente diversi.

Questo è naturalmente un marchiano luogo comune, e si farà bene a rispondervi sempre di sì, che è giustissimo, come lo è la maggior parte dei luoghi comuni. Il piano della scienza e quello dell’arte sono diversissimi d’accordo. Eppure io devo confessare che non riesco a lavorare come artista senza servirmi di un certo bagaglio scientifico.

È possibile che tale fatto susciti in molte persone seri dubbi circa le mie capacità artistiche: costoro sono avvezzi a vedere nei poeti, esseri in certo modo fuori dalla natura, che con la sicurezza di autentici Dèi, intuiscono cose che gli altri non possono penetrare se non a costo di duri sforzi e di grande studio.

È spiacevole evidentemente, dover ammettere di non appartenere a codesta schiera di eletti: ma bisogna che io lo ammetta.

Bisogna anche negare che tali confessati “excursus” scientifici si riducono a scusabili attività marginali e a occupazioni del sabato sera, una sorta di dopolavoro, anche se

è noto che anche Goethe coltivò le scienze naturali e Schiller la storia e , si tende cortesemente a pensare come questa loro attività sia stata per loro una specie di hobby.

Non voglio senz’altro accusare questi due grandi di aver avuto bisogno di quelle scienze per la loro attività poetica. Io non voglio giustificarmi per mezzo di loro, ma tuttavia devo ripetere che a me la scienza è necessaria.

Più ancora, devo confessare che non vedo di buon occhio quelle persone, che non hanno ben nota una completa padronanza del campo scientifico, persone cioè “che cantano come cantano gli uccelli oppure come ci si immagina che cantino gli uccelli”. Non dico con questo che respingo un grazioso componimento poetico sul sapore di una triglia o sul piacere di una gita in canotto, solo perché il suo autore non ha studiato gastronomia o nautica.

Ma sostengo che i grandi e complicati avvenimenti non possono essere sufficientemente riconosciuti in un mondo di uomini che non si provvedano di tutti gli strumenti utili a intenderli. Supponiamo che si debbano rappresentare grandi passioni oppure fatti capaci di influire sul corso della storia dei popoli.

Per esempio, una di tali passioni è ritenuta oggi, diciamo, l’impulso del potere.

Ammesso che lo scrittore “senta” questo impulso, e voglia presentarci un uomo in lotta per il potere: come riuscirà a compenetrarsi del complicatissimo meccanismo che costituisce oggi l’ambiente di ogni lotta per il potere? Se è il suo eroe un politico, qual è il reale ingranaggio della politica? Sei invece è un uomo d’affari, qual è l’ingranaggio degli affari? Come può senza conoscere la materia ?

Eppure ci sono pure scrittori che si interessano e si appassionano agli affari e alla politica in misura assai minore che all’impulso di potere dei singoli individui! Come possono essi procurarsi le nozioni necessarie? Con l’andare semplicemente attorno tenendo gli occhi aperti, non otterranno certo la visione sufficientemente chiara delle cose; che si limitassero a strabuzzare gli occhi in un sacro delirio!

La fondazione di un giornale come il “Volkischer Beobachter” o di una società come la “Standard Oil” è una faccenda piuttosto complicata: non sono cose che uno si trova da un momento all’altro belle e cotte innanzi.

Un campo importante per gli autori di teatro è la psicologia.

Molti credono che, se non un uomo qualunque, uno scrittore perlomeno dovrebbe essere in grado, senza bisogno di particolare istruzione, di rintracciare i motivi che spingono un uomo all’omicidio, che dovrebbe potere, per virtù propria, dare un quadro allo stato psicologico di un assassino.

Si ritiene che basti, in casi consimili, guardare dentro se stessi: e poi, deve pur soccorrere un po’ di fantasia…

E invece io, per una quantità di ragioni, non riesco più ad abbandonare la piacevole speranza di potermela cavare tanto buon mercato.

Non posso più trovare in me stesso tutti i motivi determinanti – come si apprende dai resoconti giornalistici o scientifici – che sono individuabili negli uomini.

Così come avviene al giudice comune che pronuncia la condanna, anche a me non è possibile formarmi un quadro completo delle condizioni psichiche di un assassino.

La psicologia moderna, dalla psicoanalisi al behaviourismo, mi procura emozioni che possono benissimo indurmi  a un giudizio totalmente diverso sul caso in esame , soprattutto se tengo conto dei risultati delle indagini sociologiche e se non trascuro l’economia della storia.

Si dirà che questo è voler complicare le cose. Io non posso che rispondere che le cose sono complicate.

Forse, allora qualcuno si lascerà convincere e consentirà con me nel riconoscere che la quantità di letteratura è a uno stadio fortemente primitivo, ma si chiederà anche, molto preoccupato se serate teatrali di questo genere non corrono il rischio di essere altrimenti la risposta è: no.

Il contenuto scientifico che può essere racchiuso in un’opera politica deve essere, infatti, completamente risolto in poesia.

La sua utilizzazione soddisfa il piacere che è reso possibile dal contenuto poetico.

Comunque, anche se non soddisfa il piacere che trova appagamento nella sua autentica scienza, è sempre necessario una certa disposizione a penetrare più a fondo nelle cose, un desiderio di rendere il mondo padroneggiabile all’uomo, per poterci assicurare, in un’epoca di grandi scoperte invenzioni come la nostra, anche il godimento della poesia.

Tratto da “Bertold Brecht in Scritti Teatrali – Capitolo : Teatro di divertimento o Teatro di insegnamento? Paragrafo: Teatro e Scienza”

Acqua e Colore – omaggio a Pedro Almodóvar

Due acquerelli a tinte forti per coniugare i colori e le forme care a Pedro Almodovar e alla sua poetica di memoria e appartenenza. Amo il cinema e in particolare quello spagnolo: forte, carnale, eppur sempre mediterraneo e sul filo di un profano mescolato sapientemente al sacro. Fin da ragazzina ho apprezzato e ammirato la capacità di Pedro Almodovar di tradurre in immagini a tinte forti le emozioni legate alla sua terra, la sua capacità di racconta l’universo femminile e quello maschile con una sensibilità velata dal colore delle sue pellicole ma diretta e spontanea, come un cuore che esplode dalla carne viva. Così, naturalmente sono cresciuta con lui e, oggi é la mia
fonte di ispirazione soprattutto nel mio lavoro teatrale. Pedro. Unico. Pedro. Colore e Acqua. Fuoco e Anima. Sacro e profano.

27 gennaio Giornata della Memoria

MI CONFONDE
“Mi confonde il colore rosso di un papavero
sembra sangue.
Mi confonde la linea bianca sul foglio
sembra un filo di fil spinato.
Mi confonde il giallo di un narciso
sembra corda.
La corda che lega le tue mani.
Mi confonde e ricordo.”

Poesia di Maria Cutugno
Voce di Antonella Marrone

Progetto realizzato per La Giornata della Memoria 2019 con i partecipanti al primo percorso di scrittura visiva a cura di Giovanna Bressan per Teatro Mailò