Lode del dubbio . B. Brecht

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il dubbio – foto di Maria Cutugno

Lode del dubbio

di Bertolt Brecht

 

Sia lode al dubbio! Vi consiglio, salutate

serenamente e con rispetto chi

come moneta infida pesa la vostra parola!

Vorrei che foste accorti, che non deste

con troppa fiducia la vostra parola.

Leggete la storia e guardate

in fuga furiosa invincibili eserciti.

In ogni luogo

fortezze indistruttibili rovinano e

anche se innumerabile era l’Armata salpando,

le navi che tornarono

le si poté contare.

Fu così un giorno un uomo sull’inaccessibile vetta

e giunse una nave alla fine

dell’infinito mare.

Oh bello lo scuoter del capo

su verità incontestabili!

Oh il coraggioso medico che cura

l’ammalato senza speranza!

Ma d’ogni dubbio il più bello

è quando coloro che sono

senza fede, senza forza, levano il capo e

alla forza dei loro oppressori

non credono più!

Oh quanta fatica ci volle per conquistare il principio!

Quante vittime costò!

Com’era difficile accorgersi

Che fosse così e non diverso!

Con un respiro di sollievo un giorno un uomo

nel libro del sapere lo scrisse.

Forse a lungo là dentro starà e più generazioni

ne vivranno e in quello vedranno un’eterna sapienza

e sprezzeranno i sapienti chi non lo conosce.

 

Ma può avvenire che spunti un sospetto, di nuove esperienze,

che quella tesi scuotano. Il dubbio si desta.

E un altro giorno un uomo dal libro del sapere

gravemente cancella quella tesi.

lntronato dagli ordini, passato alla visita

d’idoneità da barbuti medici, ispezionato

da esseri raggianti di fregi d’oro, edificato

da solennissimi preti, che gli sbattono alle orecchie

un libro redatto da Iddio in persona,

erudito da impazienti pedagoghi, sta il povero e ode

che questo mondo è il migliore dei mondi possibili e che il buco

nel tetto della sua stanza è stato proprio previsto da Dio.

Veramente gli è difficile

dubitare di questo mondo.

Madido di sudore si curva l’uomo

che costruisce la casa dove non lui dovrà abitare.

Ma sgobba madido di sudore anche l’uomo

che la propria casa si costruisce.

Sono coloro che non riflettono, a non dubitare mai.

Splendida è la loro digestione, infallibile il loro giudizio.

Non credono ai fatti, credono solo a se stessi. Se occorre,

tanto peggio per i fatti. La pazienza che han con se stessi

è sconfinata. Gli argomenti

li odono con l’orecchio della spia.

 

Con coloro che non riflettono e mai dubitano

si incontrano coloro che riflettono e mai agiscono.

Non dubitano per giungere alla decisione, bensì

per schivare la decisione. Le teste

le usano solo per scuoterle. Con aria grave

mettono in guardia dall’acqua i passeggeri di navi che affondano.

Sotto l’ascia dell’assassino

si chiedono se anch’egli non sia un uomo.

Dopo aver rilevato, mormorando,

che la questione non è ancora sviscerata, vanno a letto.

La loro attività consiste nell’oscillare.

Il loro motto preferito è: l’istruttoria continua.

Certo, se il dubbio lodate

non lodate però

quel dubbio che è disperazione!

Che giova poter dubitare, a colui

che non riesce a decidersi!

Può sbagliarsi ad agire

chi di motivi troppo scarsi si contenta,

ma inattivo rimane nel pericolo

chi di troppi ha bisogno.

Tu, tu che sei una guida, non dimenticare

che tale sei, perchè hai dubitato

delle guide! E dunque a chi è guidato

permetti il dubbio!

Imperfetta

Ho una voce che per un attimo spaventa, è leggermente rauca ma diventa cristallina quando esplode incontrando le tavole del palcoscenico .
E’ triste e si confonde con l’odore delle quinte intessute di polvere e velluto.
Ho anche le mani e quelle non oso fermarle mi guidano e mi parlano vanno oltre la mia voce.
Imperfetta nella cadenza così è.

Maria Cutugno

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Domanda allo specchio […] di Were Were Liking

Exodus from the city

Messaggio della Giornata Mondiale del Teatro 2018 – Africa
Were Were Liking, Costa d’Avorio
Artista multidisciplinare

Un giorno,
un essere umano decise di porsi delle domande davanti a uno specchio (un
pubblico),
di inventarsi delle risposte e, di fronte allo stesso specchio, (il suo pubblico)
di fare autocritica, di prendere in giro le sue stesse domande e risposte,
di riderne e di piangerne, comunque, e alla fine,
di salutare e benedire il suo specchio (il suo Pubblico),
per avergli dato questo momento di dispetto e tregua,
allora s’inchina e lo ringrazia per mostrargli gratitudine e rispetto …
Nel profondo, era alla ricerca di pace:
pace con se stesso e con il suo specchio.
Stava facendo teatro …
Quel giorno, parlava …
disprezzando i suoi punti deboli, le sue contraddizioni e le sue deformazioni,
condannando, attraverso mimica e contorsioni,
le sue meschinerie, che hanno infangato la sua umanità,
i suoi inganni, che avevano portato cataclismi.
Parlava a se stesso …
ammirandosi nei suoi scatti crescenti,
nelle sue aspirazioni alla grandezza, alla bellezza,
ad un essere migliore, ad un mondo migliore,
che avrebbe costruito con i propri pensieri,
che avrebbe potuto forgiare con le proprie mani,
Se lui, insieme al suo riflesso nello specchio, lo avesse voluto, disse a se
stesso,
Se lui e il suo specchio ne condividessero il desiderio …
Ma lui lo sa: stava facendo una Rappresentazione
una derisione, senza dubbio, un’illusione,
ma anche, certamente, un’azione mentale,
una costruzione, una ri-creazione del mondo:
stava facendo teatro …
Anche se sabotava tutte le speranze
attraverso le sue parole e i suoi gesti accusatori,
era deciso a credere
che tutto si sarebbe compiuto in una sola sera
con i suoi sguardi folli,
con le sue parole dolci,
con i suoi sorrisi maliziosi,
con il suo buon umore,
con le sue parole che, offensive o cullanti,
avrebbero compiuto l’intervento chirurgico per miracolo.
Sì, stava facendo teatro.
E, in generale,
da noi in Africa,
specialmente nella zona del Kamite da cui provengo,
prendiamo in giro tutto anche noi stessi:
ridiamo anche nel lutto quando piangiamo,
battiamo la terra, quando ci fa arrabbiare,
con il Gbégbé o il Bikoutsi
intagliamo Maschere paurose,
Glaé , Wabele o Poniugo ,
per dare forma ai Principi Assoluti
che ci impongono la ciclicità e i tempi.
E i burattini, che, come noi,
finiscono per plasmare i loro creatori e,
soggiogare i loro manipolatori.
Concepiamo dei rituali in cui la parola,
ritmicamente cadenzata da canzoni e respiri,
avanza alla conquista del sacro,
incitando danze come fossero trance,
incantesimi e richiami alla devozione,
ma anche, e soprattutto, scoppi di risate
per celebrare la gioia di vivere
che nemmeno secoli di schiavitù e colonizzazioni,
di razzismo e discriminazioni,
né eternità di indicibili atrocità
hanno potuto soffocare o schiacciare.
Dalla nostra anima di Padre e Madre dell’Umanità,
in Africa, come in qualsiasi parte del mondo,
facciamo teatro …
E in quest’anno speciale dedicato all’ITI (Organizzazione Mondiale per le Arti
Performative),
sono particolarmente felice ed onorata
di rappresentare il nostro continente
per portare il suo messaggio di pace
Il Messaggio di Pace del Teatro;
perché questo continente, di cui non molto tempo fa
fu detto che il mondo poteva farne a meno,
senza che nessuno avvertisse malessere o mancanza,
è stato di nuovo riconosciuto nel suo ruolo primordiale
di Padre e Madre dell’Umanità
e il mondo intero ci si sta riversando …
Perché tutti sperano sempre di trovare la pace
nelle braccia dei propri genitori, non è vero?
E come tale, il nostro teatro più che mai, riunisce
e impegna tutti gli umani, specialmente
tutti coloro che condividono il pensiero, la parola e l’azione teatrale,
ad avere maggiore rispetto per se stessi e per gli altri,
favorendo i migliori valori umanistici,
nella speranza di riconquistare una migliore umanità in ciascuno:
quella che fa rinascere intelligenza e comprensione,
attraverso questa parte delle culture umane, tra le più efficaci,
quella che cancella tutti i confini: il teatro …
Una delle più generose, perché parla tutte le lingue,
coinvolge tutte le civiltà, riflette tutti gli ideali
ed esprime una profonda unità di tutti gli uomini che,
nonostante tutte le contrapposizioni,
cercano soprattutto di conoscersi meglio
e di amarsi meglio, in pace e in tranquillità
quando la rappresentazione diventa partecipazione,
ricordandoci il dovere di un’azione che ci impone
il potere del teatro di far ridere e piangere tutti, insieme,
diminuendo la loro ignoranza, aumentando la loro conoscenza,
affinché l’uomo torni ad essere la più grande ricchezza dell’uomo.
Il nostro teatro si propone, essenzialmente, di riesaminare e rivalutare
tutti questi principi umanistici, tutte queste grandi virtù,
tutte queste idee di pace e amicizia tra i popoli,
così tanto sostenute dall’UNESCO,
per reincarnarle nelle scene che creiamo oggi,
in modo tale che queste stesse idee e questi stessi principi diventino un
bisogno essenziale
e un pensiero profondo, prima di tutto, dei creatori di teatro,
che potranno così condividerli meglio con il loro pubblico.
Ecco perché la nostra ultima creazione teatrale, intitolata “L’Arbre Dieu”,
ripetendo i consigli di
Kindack1 Ngo Biyong Bi Kuban2, nostra Maestra, dice:
“Dio è come un Grande Albero”
di cui si riesce a percepire un solo aspetto alla volta,
in base all’angolo da cui viene osservato:
chiunque sorvoli l’albero, percepirà soltanto il fogliame
gli eventuali frutti o fiori stagionali;
chiunque viva nel sottosuolo, ne saprà di più delle sue radici;
quelli che vi si appoggeranno all’albero lo riconosceranno,
sentendolo dietro la schiena;
quelli provenienti da qualsiasi punto cardinale,
vedranno aspetti che quelli che sono dall’altra parte non necessariamente
vedranno;
alcuni, quelli privilegiati, percepiranno il segreto
tra la corteccia e la polpa del legno;
ed altri ancora, la scienza intima custodita nel midollo dell’albero;
ma, qualunque sia la superficialità
o la profondità della percezione di ciascuno,
nessuno sarà mai posizionato in un’angolazione dalla quale
sia possibile percepire tutti questi aspetti nello stesso tempo,
a meno che non ci si trasformi in questo stesso albero divino!
Ma allora, siamo ancora umani?
Che tutti i teatri del mondo si tollerino e accettino reciprocamente,
per meglio servire lo scopo globale dell’ITI,
affinché, in questo suo 70° anniversario,
ci sia più Pace nel mondo
con una forte partecipazione del Teatro …
Were Were Liking

Il corpo gioioso e il corpo ologramma

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lavorando … training…

Da quando Julian Beck se n’è andato da questo pianeta per me attrice del Living è diventato importante trasmettere la base della ricerca teatrale di questo gruppo che portò la rivoluzione nel teatro del Novecento esibendo il “corpo gioioso” con quel felice ascetismo che lo ha caratterizzato negli anni.
Lavorando da anni alla formazione dei giovani attraverso seminari e stage in varie scuole d’arte drammatica ed università europee, il mio sguardo è molto sensibile all’evoluzione che il “corpo gioioso” ha subito nel terzo millennio. Si può dire che si è passati dal corpo come strumento di poesia, dal quale il gesto e l’architettura dei corpi esaltava una possibile via di liberazione dalle sovrastrutture dell’artificio, a un “corpo ologramma” dove l’ostentazione di muscoli scolpiti, nudo glamour portano alla costruzione di un dandismo falsamente rilassato, strumento di un “ologramma” che esiste nel momento e sparisce quando non è più visibile. Lavorare con gli strumenti della memoria diventa per me un’urgenza di esistere e dunque di rappresentare attraverso il linguaggio del corpo la “traversé à travers le miroir”.
Portare nel presente il Living Theatre come forma pedagogica mi dà la possibilità di sperimentare ed esplorare un mondo di azione fisica che passa sì per la memoria ma si concentra su un lavoro dell’istante dove il corpo sente “l’autorità” di essere lì in un momento preciso. Partendo sempre dall’improvvisazione libera come fonte di ispirazione, si fanno esercizi senza forzature: non si mira alla perfezione meccanica ma al rigore tragico della materia fisica. Muoversi nell’istante ma con la consapevolezza del limite e della “divina perfezione” mi porta a ritrovare il “corpo gioioso” e farlo passare attraverso lo specchio del terzo millennio.
E’ evidente che i giovani, per esempio gli studenti delle scuole d’arte drammatica o classiche, abbiano delle resistenze ad avvicinarsi a queste tecniche perché l’esperienza richiede uno sforzo totale e le abitudini sono già abbastanza radicate anche nei giovani attori. Ma quando lavori diverse ore al giorno insieme con il rigore del muoversi nell’istante ci si lascia indietro l’artificio e il fluire del corpo trova naturalmente la sua origine. L’urgenza è il rappresentare una partitura collettiva dove il creare da se stessi assieme agli altri è un unirsi in tanti impulsi che ballano e battono insieme. Non partendo mai dal fatto che voglio intrattenere il pubblico ma comunicare con esso. Dunque il lavoro pratico diventa un viaggio estatico perché il tempo passato insieme porta a essere profondi, sinceri, onesti, nell’istante del movimento.
Non si può far altro. Si coniuga perfettamente il sole d’Oriente del rituale con l’urgenza di Piscator dell’essere presente, questo è il mio personale percorso nella memoria del corpo Living. Trovare oggi l’entrata per attraversare lo specchio grazie al corpo con la sua essenzialità rigorosa.
Quando facevo la scuola di teatro con Jean Louis Barrault, cercavo disordinatamente questa entrata magica che mi portasse la vivere il corpo in modo diverso dal clichè; il Living mi ha fatto trovare l’entrata segreta dello specchio con la sua poca scenografia, il poco make-up, con il corpo messo a nudo come un Cristo iconoclasta. Voler redimere il mondo con il suo sacrificio sulla scena mi ha fatto superare le mie sovrastrutture meccaniche. Oggi il mio lavoro è far entrare nel corpo ologramma “una bottiglia in mare…” con il messaggio che l’attraversamento dello specchio è un ponte per trovare la creazione di un nuovo corpo gioioso che possa trovare la sua immagine attraverso una memoria evolutiva come uno spazio vitale.

 

Cathy Marchand ( attrice del Living Teathre )

Piccola valigia Teatro

Come una grande pancia mai sazia, ti rivedo li. Appoggiata su quel vecchio baule, vecchia e cara valigia sei ancora stracolma di maschere e cianfrusaglie. Una vita passata sempre in cerca. 

Un bruco stamattina con non curanza mi ha chiesto:

” Tu… piccola statura … quasi come la mia! 

Hai qualcosa da raccontare oggi ?”

Scena, rivista della UILT — quemvideo

UN NUMERO SPECIALE, PER IL 40º ANNIVERSARIO DELLA U.I.L.T. – UNIONE ITALIANA LIBERO TEATRO Vi proponiamo la lettura della rivista ufficiale della UILT – la federazione di 857 compagnie teatrali amatoriali, per 14.301 associati – che rappresenta una delle più importanti realtà del teatro italiano. Alle consuete rubriche, articoli, recensioni e studi, si affianca, in […]

via Scena, rivista della UILT — quemvideo

Per me il teatro

Il  Teatro, ti insegna ad essere Grande. E non importa se da “grande” non farai l’attore, o non sarai un “grande attore”.

Ma ti insegna ad essere Grande. 

Ti insegna a lottare, a non arrenderti. Ti insegna a non accontentarti, ti insegna che nessuno ti regala niente. Ti insegna il rispetto, la disciplina, ti insegna a rialzarti dopo le sconfitte. Ti insegna a guardare negli occhi, perché sai che dentro quegli occhi sono racchiuse centinaia di storie. Ti insegna a non giudicare quelle storie. Ti insegna a ricominciare da capo. A non aver paura della vita. Ti insegna che quando qualcosa finisce, qualcos’altro di più entusiasmante ricomincerà.

Ti insegna ad essere libero. A non tirarti indietro, a non risparmiarti. Ti insegna a non avere paura. Ti insegna il Tempo. A dar valore a quel tempo. A vederlo scorrere senza neanche accorgetene, a rincorrerlo per non perderlo. Ti insegna le Parole. A non buttarle giù per caso, ma a dar forma ad esse. Ti insegna le parole: Amore, Vita, Bellezza, Sudore, Sacrificio, Dolore. 

E non importa se da “grande” non farai l’attore, o non sarai un “grande attore”. 

Tutto ciò che ti insegna il Teatro, ti servirà sempre, qualsiasi cosa farai: l’ingegnere, la casalinga, l’avvocato, il fruttivendolo. 

Perché per essere Grandi, c’è bisogno di “Essere”.

(Tony Colapinto – Direttore Shakespeare Theatre Academy

foto di Framcesca Gavotti – http://www.variamente.it