Il potere dell’immaginazione… io adoro Lewis…

“Ho immaginato che nell’Essere Umano fossero possibili diversi stati fisici e vari gradi di conoscenza come segue :

a) lo stato normale, in cui egli non avverte la presenza degli Esseri Fatati;

b) lo stato “strano” in cui, oltre  a essere cosciente del mondo circostante, egli avverte anche la presenza degli Esseri Fatati;

c) una specie di trance in cui non è cosciente della realtà circostante e, in un sonno apparente, egli (cioè la sua essenza immateriale) migra verso altri scenari, nel mondo reale o in quello fatato, ben consapevole della presenza degli Esseri Fatati.”

Lewis Carroll

 

Il GhignaGatto

Tanti anni fa , iniziai un percorso . Alice nel Paese delle Meraviglie, fu il libro che mi capitò tra le mani e il Bianco Coniglio fu il personaggio in cui il regista di allora mi vedeva, per strani incroci del destino e del Teatro non fui mai un Bianconiglio… Gli anni passarono e Alice rimase nella mia libreria e nel mio cuore …e il libro tornò nelle mie mani più volte … lo lessi, lo rilessi, e lo feci mio . Così quel libro mi trasformò in un GhignaGatto … ma… perché vi sto raccontando questa storia ?

Le tre corde

 

 

CIAMPA Non è questo, signora mia. Vuol che gliela spieghi io, la cosa com’è ? Lo strumento è scordato.

BEATRICE Lo strumento? Che strumento?

CIAMPA La corda civile, Signora. Deve sapere che abbiano qui come tre corde d’orologio in testa.

Con la mano destra chiusa come se tenesse tra l’in­dice e il pollice una chiavetta, fa l’atto di dare una mandata prima su la tempia destra, poi in mezzo alla fronte, poi sulla tempia sinistra.

 La seria, la civile, la pazza. Soprattutto, dovendo vive­re in società, ci serve la civile;per cui sta qua, in mezzo alla fronte. – Ci mangeremmo tutti, signora mia, l’un l’altro, come tanti cani arrabbiati. – Non si può. – Io mi mangerei – per modo d’esempio – il Signor Fifì. – Non si può. E che faccio allora? Dò una giratina così alla corda civile e gli vado innanzi con cera sorridente, la mano protesa;- « Oh quanto mi è grato vedervi, caro il mio signor Fifì ! » – Capi­sce, signora? Ma può venire il momento che le acque s’intorbidano. E allora… allora io cerco, prima, di gi­rare qua la corda seria, per chiarire, rimettere le cose a posto, dare le mie ragioni,dire quattro e quattr’ot­to, senza tante storie, quello che devo. Che se poi non mi riesce in nessun modo, sferro, signora la cor­da pazza, perdo la vista degli occhi e non so più quello che faccio!

FIFÌ Benissimo! benissimo! Bravo, Ciampa!

CIAMPA Lei, signora, in questo momento, mi perdoni, deve aver girato ben bene in sé – per gli affari suoi – (non voglio sapere) – o la corda seria o la corda pazza, che le fanno dentro un brontolìo di cento calabroni ! Intanto, vorrebbe parlare con me con la corda civile. Che ne segue ? Ne segue che le parole che le escono di bocca sono sì della corda civile, ma vengono fuori stonate. Mi spiego ?- Dia ascolto a me : la chiuda. Mandi via subito il signor Fifì…

Gli si appressa.

 La prego anch’io, Signor Fifì se ne vada

BEATRICE Ma no, perché? Lasciatelo stare.

FIFÌ Volete levarmi il piacere di starvi a sentire?

CIAMPA (con intenzione) Perché lei, signora, qua – permette ? — su la tempia destra, dovrebbe dare una giratina alla corda seria per parlare con me a quattr’occhi,seriamente: per il suo bene e per il mio!

BEATRICE Non Sto mica parlando per ischerzo, io. Vi voglio appunto parlare seriamente.

CIAMPA   Ah, e sta bene, allora. Eccomi qua. Badi però, signora – mi lasci dire questo soltanto -badi che, chi non giri a tempo la corda seria, può avvenire che gli tocchi poi di girare, o di far girare agli altri la pazza: gliel’avverto!

FIFÌ Mi pare che cominciate voi stesso. caro Ciampa, a parlare stonato.

BEATRICE Già, pare da un pezzo anche a me… Non ca­pisco…

CIAMPA Chiedo perdono.

Con scatto improvviso:

 Signor Fifì mio padre aveva tutta la fronte spaccata.

FIFÌ Come c’entra adesso vostro padre?

CIAMPA Da ragazzino -sciocco – mio padre. invece di ripararsi. la fronte, sa che faceva? Si riparava le mani. Inciampando, cadendo, tirava subito le mani indie­tro, e tonfete, si spaccava la fronte. – Io, caro Signor Fifì, metto le mani avanti. Le metto avanti, perché la fronte io me la voglio portare sana, libera – sgombra.

FIFÌ Ma scusate, se non sapete ancora la ragione per cui mia sorella vi ha fatto chiamare, che mettete le mani avanti ?

CIAMPA Chiudo la corda seria, e riapro la civile.

S’inchina.

tratto da “Il berretto a sonagli” di Luigi Pirandello

Sul filo del classico

PROMETEO (rivolto a Potere e Forza):

Voi che per ordine di Zeus avete posto il ferro dell’amico Efesto sui miei polsi, vi dico che io avrò forza per sopportare il potere malsano di colui che qui mi volle. Mi sarà d’aiuto sfidare ogni giorno il vento e volgere il viso al cielo, con la consapevolezza d’aver dato il fuoco a chi necessitava la scintilla maestra di vita e arte.

So d’aver accanto conforto e consiglio da chi mi ama. Ma nulla può l’amore e l’amicizia di fronte all’odio e alla sete di distruzione.

Gli Dei che si fanno guerra non avranno un buon rendere e ciò dico a ragione. E se io ebbi coraggio a schierarmi contro Zeus, salvando gli uomini dallo sterminio e donando loro speranza vita allora accetto con gioia il mio destino.

Qualcuno dice che non conosco l’umiltà e che la mia lingua è superba, ma è per questo che sono costretto a subire il potere di Zeus.

Non desidero che vi prendiate pena per me, sarebbe inutile poiché ricordo bene la fine amara di mio fratello Atlante, costretto a reggere sulle sue spalle la colonna del cielo e della terra e, ancora ricordo mio fratello Tifeo incenerito sotto l’Etna…

Se ebbi coraggio per sfidare Zeus avrò forza per sopportare il dolore di queste catene.

Ora Silenzio.

Non so se sono saggio o privo di senno ma sono cosciente che non è stata la superbia a muovere i miei passi, ma la compassione nel vedere gli uomini ridotti come formiche sotto terra senza sole.

Essi non vedevano, non udivano, vagavano simili a ombre e non sapevano che preziosi doni avevano intorno: rame, ferro, argento e oro e tutte le arti.

Ma è cosa nota : il potente ti vuole incapace e ignaro.

A volte mi chiedo a cosa valga il coraggio e mi ripeto che a nulla vale.

Ma prima che l’aquila mi divori il fegato, osservo ciò che intorno a me vale e mi ripeto che ogni cosa vale perché è specchio dell’amore per le piccole cose.

Come fuoco che scalda e illumina come il sole, così la mia anima rimane libera nella consapevolezza del gesto fatto.

Oceano mi chiese di deporre il mio orgoglio e piegarmi al volre di Zeus e se io lo avessi fatto a cosa sarebbe valso il mio sacrificio?

La fanciulla Io punita e sfregiata per la sua bellezza è costretta a vagare esule, dopo aver subito lo stupro di un potente.

Il suo ventre è amore e  darà giusta risposta alla sua sete di vendetta, perché la vendetta si cura con l’amore.

E che dire di Ermes, messaggero degli dei viene qui a barattare onore e giustizia con infamia e colpa…

Verrà un tempo …. Io so che quel tempo verrà.

[silenzio… anche la musica di sottofondo cessa]

Monologo “Prometeo” da “Cronache da Atene” progetto didattico ragazzi a cura di Maria Cutugno – VariaMente Teatro  – Testo di Maria Cutugno

 

La neutra

La maschera neutra – Il mio punto di partenza in movimento

Tecnica e Dono.

Le maschere possono essere molto diverse di forma e di spirito, ma ogni maschera teatrale valida e bella ha in comune con le altre, la capacità di ritrasmettere la profondità dell’essenza umana. Portando il testo al di sopra del quotidiano, essa filtra l’essenziale ed elimina l’aneddoto. Jacques Le Coq

La “maschera neutra” prende vita dalle mani sapienti di Donato Sartori e dal maestro Jacquec Leqoc (Parigi 1921 – 1999). A dire il vero, come racconta lo stesso Leqoc, furono Marie-Hélène e Jean Dasté che gli fecero scoprire la recitazione con le maschere e il “No giapponese”. I “Dasté” usavano nell’ ”Esodo”, una “figurazione mimata” con le maschere in cui tutti gli attori indossavano una maschera  detta “nobile”.

Nel viaggio pedagogico di Leqoc, la “Neutra” può essere considerata lo strumento essenziale dell’attore perché è la base di tutte le altre maschere e consente di indossare “il ruolo” preparandosi con consapevolezza fisica e psicologica, sviluppando la presenza scenica perché priva di quel mezzo di comunicazione che è l’espressione del volto e infine costringe a prestare attenzione al corpo e alla sua molteplice forza di comunicazione non verbale.

Essa ha il potere di mettere a nudo, perché non concede di contare sul viso, sulla parola e sul gioco psicologico dello sguardo ma richiama, come ogni maschera, i segni ancestrali che guidano al “veramente autentico”, l’originario e il primordiale retaggio.

E’ un viso in “perfetto stato di equilibrio che suggerisce una sensazione fisica di “calma”.

Lo scopo del suo utilizzo è permettere a chi la indossa di raggiungere uno stato di neutralità privo di emozioni e conflitti interiori e, prepara l’attore all’azione predisponendolo nella sua completa interezza tra corpo e mente, ad agire nel perfetto gioco del “cosa accadrà dopo qui e ora…”

E’ dunque ottimo mezzo per approfondire la gestualità portandola all’essenziale quasi alla fermezza statica, guidando la fisicità su tronco e bacino cercando in essi il baricentro dell’equilibrio.

Insegna che l’espressività globale dell’artista è utilizzare al meglio la propria energia ancor prima dell’utilizzo della parola: essa prepara l’attore alla giusta consapevolezza tra silenzio e parola.

Il lavoro con la maschera in effetti conduce anche agli altri diversi livelli di gioco teatrale che secondo la Scuola di Leqoc, si sviluppano dal “rejeu” alla maschera espressiva e di carattere fino alla maschera astratta, alle forme e alle strutture .

Queste costrizioni di stile portano l’attore a costruire in maniera diversa il reale. La parte tecnica, basata sull’analisi dei movimenti, segue le tematiche dell’improvvisazione. Alcuni esercizi preparano il corpo umano a essere più ricettivo ed espressivo (preparazione corporale e vocale, acrobazia drammatica, analisi delle azioni fisiche).

Grazie alla neutra, in un primo momento, si privilegia il mondo  esteriore  rispetto  a quello interiore, perché la ricerca di se stessi, dei propri  stati d’animo spesso può portare ad un eccessivo lavoro sull’ ‘Io” che se non gestito con cura può risultare di troppo. E’ un grande viaggio attraverso, gesto, movimento e parola che guida fino alla poesia del gioco teatrale puro e semplice.

Per dirla ancora con Leqoc, “occorre guardare come gli esseri viventi e le cose si muovono e come si riflettono in noi; occorre privilegiare l’orizzontale, la verticale, ciò che esiste in maniera intangibile, fuori da sé. La persona si rivelerà a se stessa in rapporto a questi punti d’appoggio nel mondo esterno.”.

Questo modo di lavorare si differenzia dal più conosciuto metodo stanislawskiano che cerca nei ricordi psicologici più remoti una sorgente creativa nella quale “il grido della vita si confonde  con  quello  dell’illusione”; preferisco  la distanza tra sé e il personaggio,  che permette  di renderlo  meglio.

Gli attori recitano male i testi che li coinvolgono troppo, perché usano una specie di voce bianca, e conservano  per loro una parte del testo, senza poterla  dare al pubblico.

La neutra aiuta alla piena consapevolezza dell’ascolto per il dono :

il dono del Teatro.

testo di riferimento : Il Corpo Poetico” di J. Leqoc

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foto di Umberto Leporini per “Piacere Neutro” drammaturgia di M. Cutugno